Tra amicizia, lavoro e libertà di scelta
Spesso mi sorprendo a pensare che, se tutte le persone che conosco si fossero fidate di me e mi avessero affidato anche solo una parte del loro lavoro, oggi la mia vita professionale sarebbe splendida. È un pensiero umano, quasi automatico, soprattutto quando fai il grafico e vedi progetti nascere ovunque, spesso a pochi metri da te, ma senza mai passare dalle tue mani. È una fantasia che dura poco, però, perché subito dopo arriva l’altra riflessione: non si possono obbligare le persone a rivolgersi agli amici ogni volta che hanno bisogno di qualcosa, solo perché io, per carattere, tendo a farlo. Pretenderlo sarebbe sbagliato, e a tratti persino “mafioso”, nel senso più culturale del termine: un sistema di doveri impliciti, di favori dovuti, di appartenenze che soffocano la libertà di scelta.
L’amicizia non è un contratto commerciale. Ho amici che stimo profondamente e che non mi affiderebbero mai un progetto grafico, magari perché cercano qualcosa di diverso, o perché non vogliono mescolare lavoro e rapporti personali. Allo stesso modo, io stesso non mi rivolgo sempre agli amici quando ho bisogno di un servizio. Non perché non mi fidi, ma perché a volte sento il bisogno di uno sguardo esterno, di una distanza emotiva che permetta maggiore lucidità. È una dinamica sana, anche se può far male ammetterlo.
Esiste poi l’altro lato della medaglia: le persone che non sono amiche, o che addirittura potremmo definire nemiche. Nella mia esperienza, alcuni dei lavori migliori sono arrivati proprio da lì, da rapporti freddi, professionali, talvolta nati da vecchie incomprensioni. La psicologia lo spiega bene: con chi non ci conosce intimamente sentiamo meno il peso del giudizio personale, e questo ci rende più liberi di esprimere il nostro valore. Con gli amici, invece, spesso temiamo di deluderli o di essere fraintesi, e questo può bloccarci.
Se guardiamo alla storia, il discorso non cambia molto. Il nepotismo ha attraversato secoli di politica, arte e potere, producendo a volte capolavori e altre volte disastri. Le corti rinascimentali erano piene di artisti scelti per appartenenza più che per merito, eppure da quel sistema sono nati geni immortali. Allo stesso tempo, quante innovazioni sono state soffocate perché chi le proponeva non faceva parte del “cerchio giusto”? Nel passato come oggi, il confine tra fiducia e obbligo è sempre stato sottile.
Oggi viviamo in un’epoca che predica il merito, ma pratica ancora molte forme di favoritismo mascherato. I social amplificano tutto: vediamo amici che lavorano con altri amici, reti che si autoalimentano, e ci chiediamo perché non tocchi mai a noi. È facile cadere nella frustrazione, pensare di essere stati ignorati o sottovalutati. Ma forse la verità è più semplice e meno personale: le persone fanno scelte basate su mille fattori, spesso inconsci, che non hanno nulla a che fare con il nostro valore.
Come grafico, ho imparato che il lavoro migliore nasce dall’incontro tra libertà e fiducia, non dall’obbligo. Quando qualcuno mi sceglie davvero, senza sentirsi in dovere di farlo perché mi conosce, allora sì che il progetto funziona. Forse è meno romantico dell’idea di un mondo in cui tutti si aiutano sempre, ma è più onesto. E, alla lunga, anche più sostenibile.
Credits: Gianne Karla Tolentino
